King Krule è, senza un ordine prestabilito, un genio, un ragazzo giovane, un artista maturo, poliedrico, intelligente, sensibile, l’artista preferito che ancora non sai che esiste, che merita un culto tutto suo che però viene confessato solo in rare occasioni, forse per gelosia, non so.
King Krule è intanto uscito con il suo nuovo album, ‘Space Heavy’, che è, senza bisogno di particolari voli pindarici, bellissimo.
Potrei anche chiudere qua e risparmiarvi il tempo di lettura dell’articolo in favore dell’ascolto dell’album però forse qualche minuto solo come anteprima può servire per entrare un po’ più in intimità con il nuovo lavoro di Archy Ivan Marshall, nemmeno trentenne ma con già dieci anni di carriera buoni alle spalle. Se non avete ancora ascoltato nulla di questo ragazzo prodigio fatelo, vi ritroverete immersi nella sua malinconia, nel suo lento e interminabile procedere, con il tempo che scorrerà inesorabile mentre voi non ve ne accorgerete.
Apprezzerete le sue variazioni armoniche, i suoi accordi minori, i suoi guizzi, mentre accenna uno spoken british (ma non troppo) oppure incastra timidamente qualche melodia mentre fa esplodere il suono nervoso del basso, accarezza le corde della chitarra per una frase quasi lancinante alternando fiati che assomigliano a tristi grida.
Archy è un Tom Waits del futuro, ma già presente, a volte languido, a volte nervoso, un universo ricco delle contraddizioni che amiamo, quelle che si sommano, non quelle che si elidono malamente.
Archy è tornato e ‘Space Heavy’ è un capolavoro.
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