Sono passati più di quarant’anni da quando Susan Ballion, con lo pseudonimo di Siouxsie Sioux, mise su una band destinata a diventare un caposaldo del gothic e del dark. Quando la furia del punk aveva lasciato una generazione orfana di stimoli alla fine degli anni’70, lei e i Banshees fornirono inconsapevolmente, almeno all’inizio della carriera, una valida alternativa. Il goth a differenza del punk aveva bisogno di testi intrisi di magia, disillusione, veri incubi in musica cadenzati da ritmiche non sempre veloci e violente. Incontrastata, Siouxsie, detta le “regole” di questa nuova corrente che si esprime nella musica, nelle liriche e nel look total black.
Nell’unica data italiana dell’ultimo tour europeo, domenica 7 maggio, al Teatro degli Arcimboldi, da tutta Italia e anche dall’Inghilterra, la comunità dark si è riunita per renderle omaggio. Il clima è quello di una grande festa sin dalle ore che precedono l’ingresso a teatro, con tutti i locali della zona che si colorano di nero e di accenti che spaziano dall’estremo nord al profondo sud. Tanti sorrisi, abbracci, incontri con amici che da virtuali diventano finalmente un corpo reale.
Il teatro non è il luogo più indicato per un concerto come questo: poco spazio, caldo tropicale e la palese impossibilità di ballare generano da subito un fastidio diffuso. Ma poi il sipario si apre e Siousxie guadagna il centro della scena. Il tempo è stato gentile con questa donna che, seppure non dispensata dal peso degli anni, ancora regala emozioni. Un rapido saluto e parte “Nightshift”, brano trascinante che purtroppo, come tanti altri a seguire, possiamo solo assecondare con movimenti delle mani e teste ondeggianti. La qualità della voce è indubbiamente calata e l’impressione generale, anche per quanto concerne la band di accompagnamento, è che tutto sia un po’ rallentato. Ma l’affetto è tanto, la storia ha un valore enorme e di gran lunga i brani proposti competono ancora oggi con tanta più studiata musica contemporanea.

C’è spazio per brani più morbidi, che risentono delle influenze del cabaret e altri più potenti, trainati da robuste chitarre. Lei stessa ne imbraccia una per una commovente versione di “Sin in my heart”. Il pubblico è così caloroso da sommergerla di applausi, grida e parole che ci arrivano incomprensibili. Lei, dissacrante e ironica come sempre, sorride e dopo un po’ dice “Ok, thanx but now shut up and listen” (Ok, grazie ma ora state zitti e ascoltate).
“Face to face”, “Dear Prudence”, “Kiss them for me”, “Here Comes That Day”, “Loveless”, “Land’s end” e poi le hit che ancora suonano in tutti i dark club del mondo: “Christine”, “Happy house”, “Spellbound”, “Arabian knights”.
In chiusura “The Passenger”, la cover del brano di Iggy Pop, diventata celebre quanto l’originale, che fa balzare tutti in piedi a ballare e a cantare a squarciagola fino a che le belle luci del palco si spengono e quelle indelicate dei corridoi d’uscita si illuminano. Fuori si parla a lungo, si ride, qualcuno piange e si abbraccia a dire il vero, si beve una birra con amici e si stringono mani sconosciute. Ci si guarda e ci si sorride, felici di aver preso parte a un ricordo che durerà per sempre.










