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E’ l’anno del bonus psicologo, basterà per affrontare il malessere?

Di Alice Tolu
27/01/2023
in Comunicazione e società
Tempo di lettura: 4 minuti
E’ l’anno del bonus psicologo, basterà per affrontare il malessere?

Nel 2023 finalmente diventerà concreta una misura politica che prevede di aiutare economicamente il benessere mentale del cittadino, a patto che diventi funzionante e perfettamente inserito nella macchina degli ingranaggi sociali. Una misura nata per supportare il disagio comune creato dalla pandemia nell’anno appena passato diventa una misura permanente dal 2023 con un contributo che da 600 euro puà arrivare a 1.500 euro totali in base all’ ISEE. Bisogna però considerare che i fondi stanziati passano dai 25 milioni del 2022 ai 5 milioni per quest’anno e che potranno accedervi veramente in pochissimi.

Il diritto alla salute mentale va tutelato

Sappiamo che potranno usufruire di questa agevolazione i nuclei familiari con indicatore di reddito non superiore ai 50 mila euro, come leggiamo sul portale dell’INPS dove si può presentare la richiesta online. Tralasciando le complicanze per ottenerlo dati gli esigui fondi, è davvero un diritto che va selezionato solamente in base al reddito? Oppure potrebbero esistere parametri di valutazione che riguardano anche il costrutto sociale del richiedente? L’età non è determinante, tutti possono richiedere il bonus psicologo, ma realmente non ha peso la differenza tra un adulto e un adolescente? Riconoscere il diritto alla salute mentale è un passo importante verso l’equità alla quale auspichiamo e tenere acceso un faro verso questo atteggiamento di comprensione delle diversità è fondamentale per abitare insieme una società sostenibile. Quello che lascia perplessi nella nuova legge di bilancio è la scarsa erogazione di fondi verso l’educazione scolastica o verso i luoghi di lavoro che avrebbero lo scopo di garantire la corretta informazione per comprendere, in questo caso, la differenza tra una patologia e un comportamento patologico che può manifestarsi in ognuno di noi in un dato momento della propria vita.

Dare un aiuto economico indirizzato a curare una situazione di disagio sociale non è aiutare chi ha bisogno, piuttosto è un modo per non riconoscere una vera e propria malattia che rientrerebbe in altri ambiti e in altri fondi da stanziare. Non è corretto attribuire la necessità di avere il bonus psicologo solo se legato a un fattore comune. Se l’informazione passa solamente attraverso i social media la complessità umana s’impoverisce di contenuti e si rischia di adottare termini tecnici nel linguaggio comune per qualsiasi forma di malessere che si vuole necessariamente catalogare.

Oggi ad esempio è molto frequente utilizzare parole che fanno parte di un linguaggio medico nell’ambito della psicologia senza avere nessun tipo di formazione al riguardo. Come sottolinea un articolo pubblicato pochi giorni fa sul giornale on line The Vision, utilizziamo quotidianamente termini come tossico o narcisista per descrivere quei comportamenti distanti dai nostri spesso perché non ci sforziamo di comprenderli.

Attenzione, questo non significa che non esistano relazioni tossiche o diagnosi patologiche di disturbi della personalità, esistono e sono talmente esasperate nel linguaggio dei social media che la comprensione verso le differenze di pensiero sta diventando un problema psicologico da evitare. Spesso oggi evitiamo le difficoltà di relazione con il prossimo per un sovraccarico di difficoltà personali, ma questo non significa avere una patologia o incorrere in persone che hanno una patologia.

La malattia va protetta anche nell’uso che facciamo delle parole

Ad esempio, affermare di essere “depressi” solo perché il nostro ordine on line non è arrivato nei tempi previsti è inaccettabile e accettato. Secondo il falso modello dei social media che spiattella l’intimità delle relazioni interpersonali adottando il filtro della perfezione siamo sottoposti a una condizione di ineguaglianza. Siamo costantemente bombardati da una lettura della vita che ci porta alla performance in ogni ambito, perfino tra le mura domestiche e ci troviamo costretti a dover riconoscere e catalogare come sbagliato o giusto un gesto riguardante un momento. Guardare in scorrimento veloce una facilità che non esiste potrebbe dare la percezione che le difficoltà quotidiane del pagare una bolletta non capitino a tutti e sentirti unico in una sfortuna che invece fa parte della normalità dell’agire sociale ci imprigiona in una solitudine ancora più cupa.

Eravamo distopici all’indietro verso un approccio di aiuto statale sulle condizioni mentali del cittadino e rimaniamo ancora nuragici nel non distinguere la differenza tra malattia e pigrizia mentale, tanto da non accorgerci come non ci sia stata fino ad ora un’attenzione verso l’argomento. Il bonus psicologo per come è strutturato oggi avrà una vita lunga quanto l’attenzione mediatica verso la pandemia che ricopre un ruolo sempre più marginale nell’informazione e tra l’altro potrebbe distrarci sulla mancanza di fondi adeguati per le malattie mentali che sono sempre esistite e nulla hanno a che vedere con la recente emergenza sanitaria.

Riconoscere la complessità delle vite che ci circondano potrebbe essere un primo passo per non incorrere in certa terminologia abusata che elimina a priori l’ascolto delle diversità.

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