Candidato al premio Strega come miglior romanzo, “Randagi” è il secondo libro nato dalla penna del pisano Marco Amerighi, scrittore e traduttore, che col suo lavoro cerca di dare spazio a una generazione ancora poco raccontata in letteratura, quella nata agli inizi degli anni Ottanta. “Randagi”, pubblicato nel 2021 da Bollati Boringhieri, parte da una storia familiare densa di intrecci e personaggi bizzarri per approdare a una quotidianità fatta di equilibri precari, di sottintesi e di conflitti. Il protagonista, come tanti della sua età, dovrà tentare di affrancarsi dalle contorte e segnate dinamiche familiari cercando se stesso nell’altrove per riuscire a formarsi, per entrare nella vita reale e per poter chiudere finalmente il cerchio del suo ruolo all’interno delle aspettative del mondo. La lettura si rivela piacevolmente leggera nonostante la complessa architettura narrativa e foriera di riflessioni sulla condizione umana e sulla capacità di trovare, comunque, una propria voce nel coro.

Hai scritto un libro che è modernissimo ma ha un’eco antica.
Avevo focalizzato un’idea che ruotava intorno a un personaggio che veniva da una famiglia di persone dotate e illustri mentre lui era forse al di sotto delle aspettative, un qualcosa di contemporaneo direi, perché affronta la scelta di tante persone che, per sfuggire al senso di fallimento, decidono di stare ai margini della vita. Mi sono però certamente appoggiato alla scuola letteraria che ha fatto dell’epopea familiare un genere preciso. La famiglia fornisce sempre una certa complessità, anche quando ce ne si allontana.
Da qui la scelta del viaggio.
Non puoi capire chi sei se non lo fai da solo. Bisogna uccidere i genitori, allontanarsi da loro per crescere. Anche rinchiudersi nel proprio microcosmo non serve a sfuggire perché prima o poi la vita ti raggiunge, quindi è proprio necessario il distacco. Il viaggio non è da intendere come il percorso mistico per la conoscenza, ma proprio come una necessità di auto affermazione. Quello appartiene a una retorica molto conservatrice. Il mio protagonista riesce in qualche modo a mettersi in gioco scoprendo anche di potersi innamorare, ma lo fa un po’ muovendosi a caso, per tentativi. E così fanno anche altri personaggi a lui vicini. Mi piace pensare che non ci sia un vero posto nel mondo ma che possano essercene tanti, e nessuno deve essere per forza chiamato casa. Non si tratta di un luogo fisico ma di una dimensione personale e collettiva. Il titolo del romanzo rende bene l’idea. La nuova generazione ha già in sé questo concetto.
La nuova generazione ha in comune con noi la consapevolezza della fragilità umana.
È stato detto loro che non possono sognare granché. Le loro lotte si concentrano sull’ambiente per via dell’emergenza climatica, ma già nascono con la disillusione che invece la nostra generazione ha visto sbattersi in faccia, nonostante le lotte e le manifestazioni con la voglia di cambiare il mondo.
Cosa che invece abbiamo in comune con quella dei nostri padri. Anche se in questo libro hai praticamente dissezionato l’istituzione famiglia, enfatizzando ruoli come quello della madre parafulmine e del padre inaffidabile.
Non ho cercato questo in modo sistematico e antropologico ma di sicuro l’Italia, con la morale cattolica e l’attaccamento alla retorica della famiglia, ha ancora un fortissimo legame con questa istituzione rispetto ad altri paesi dove l’autodeterminazione arriva prima. Le aspettative riversate dalla famiglia e la frustrazione che ne deriva hanno spinto i miei personaggi a fuggire e a capire la cosa più importante: che sono liberi e che di famiglie ce ne possono essere tante e non necessariamente legate da rapporti di sangue. Ce lo ha anche insegnato la pandemia, quando le nostre famiglie, per necessità sono diventati anche i vicini di casa, creando relazioni forti e significative. In quel momento tutti noi “Randagi” abbiamo saputo costruire rapporti a volte non duraturi ma altre molto solidi.
Non hai creato eroi e antieroi ma una quotidianità poetica nella sua complessa semplicità. Come possiamo difenderci dalle aspettative del mondo?
Mi interrogo sempre su questo e fallisco sempre. Il tema del fallimento lo citavo spesso nel periodo del premio Strega e mi veniva rimproverato che non fosse attraente ma secondo me è proprio indice del tentativo di dare una risposta, un modo per acquisire esperienza e lanciarsi nella prossima impresa liberandoci dall’idea che dobbiamo per forza ottenere qualcosa come un forziere pieno di dobloni d’oro. La vita si vive giorno per giorno e ciò che resta sono le persone. Trovare l’umanità anche in quelle apparentemente più distanti da noi dovrebbe essere una forma mentis che può partire anche dalla letteratura. Insomma cercare qualcosa di noi anche nelle storie che non ci appartengono.
Il tuo primo libro “Le nostre ore contate” (Mondadori, 2018), ha vinto il premio Bagutta Opera Prima, “Randagi” è stato candidato al premio Strega. Il futuro sembra impegnativo.
Questa è la paura tipica di chi scrive, misurarsi con il libro che verrà. Spero di essere ancora capace di raccontare le diversità e le complessità delle persone e del mondo che viviamo.










