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Umberto Galimberti a Cagliari per Lei Festival. Un’intervista col filosofo italiano che ci regala un assaggio dell’Avventura delle emozioni

Di Valeria Martini
08/12/2022
in Comunicazione e società
Tempo di lettura: 7 minuti
Umberto Galimberti a Cagliari per Lei Festival. Un’intervista col filosofo italiano che ci regala un assaggio dell’Avventura delle emozioni

C’è il tutto esaurito oramai da giorni per l’appuntamento di venerdì 9 alle 20.30 a Cagliari, Teatro di Palazzo Doglio, con il professor Umberto Galimberti, filosofo e cattedratico italiano, una delle voci più autorevoli in campo psicoanalitico e nella divulgazione delle scienze umane.

L’Avventura delle emozioni è il tema che Galimberti svilupperà in questa settima edizione del Lei Festival (qui tutto il programma), organizzato da Compagnia B e diretto da Alice Capitanio.

La conferenza di Galimberti riprenderà alcuni dei temi de “Il Libro delle Emozioni” (Feltrinelli, 2022), ed è da qui che partiamo per fargli alcune domande.

C’è un punto, nel libro, in cui scrive che l’emozione ci dà la profondità del nostro vissuto e ci consente, se siamo in contatto, di entrare in uno spazio intimo. Quanto, secondo lei, oggi siamo capaci di contattare le nostre emozioni e di stare in questo spazio intimo?

Pochissime persone ci riescono, e lo constato anche facendo la psicoanalaisi alle persone di oggi che, a differenza di trent’anni fa, si limitano a provare le emozioni e poi basta, lasciano perdere. È come se fossero delle cose che eccitano se si ha voglia di essere eccitati o deprimono a seconda del contenuto emotivo, ma lo stare in contatto con sé è rarissimo.

Da cosa dipende questa difficoltà nel contatto? Siamo peggiorati rispetto al passato?

Non dipende solo da un degrado dell’umanità che si sta comunque verificando, ma anche dal fatto che noi viviamo nella società della tecnica che non è un mezzo ma è un mondo. La gente continua a pensare che la tecnica sia a disposizione dell’uomo, invece la tecnica è un mondo e noi viviamo al suo interno. Ed essendo la tecnica regolata da una razionalità molto rigorosa, quando questa razionalità diventa anche il modo di pensare di tutti e si percepisce solo ciò che è utile, non si capisce più cosa sia bello, giusto, vero, santo. Con questa razionalità, che produce un pensiero calcolante come diceva Heidegger, va a finire che l’uomo esce dalla storia perché l’uomo è uomo soprattutto per la sua parte irrazionale, da cui dipendono anche le emozioni.

 Questo a cosa ci porta?

Porta a un essere umano che non riesce più a sentire il dolore, che non riesce più a districarsi perché è irrazionale il dolore, l’amore, la fantasia, l’idealizzazione, il sogno.

Cosa succede a queste cose?

Spariscono, perché vivendo nella mentalità tecnica-economica del minimo dispendio di energie e risorse per il massimo profitto, le emozioni e i sentimenti sono una perdita di tempo, degli intralci alle procedure della sua razionalità.

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Infatti lei parla del conflitto cuore-mente, che potrebbero invece collaborare e integrarsi. Ma stando ancora sulle emozioni, se esse ci connettono socialmente ma noi non siamo in contatto, che relazioni potremmo mai instaurare?

Noi occidentali pochissime, perché non siamo più greci. Come dice Aristotele, se uno entra in una comunità e pensa di poter fare a meno degli altri, o è bestia o è Dio, non è un uomo.

Quindi stiamo diventando bestie?

Dio non lo diventiamo di certo!

E poi cosa succede?

Il cristianesimo è una cultura, non solo una religione ma un inconscio collettivo. Nel modello cristiano la cosa più importante è salvare l’anima e siccome l’anima si salva individualmente, la società viene dopo. Se ne vedono già gli effetti. Agostino diceva che lo Stato non deve occuparsi del bene comune perché il bene lo indica la religione, lo stato deve limitarsi a rimuovere gli impedimenti che si frappongono tra l’uomo e la salvezza della sua anima. Quelli che Benedetto chiamava ‘principi non contrattabili’, mentre Rousseau diceva che un cristiano non è un buon cittadino, lo può essere di fatto ma non di principio perché il suo principio è quello di salvare l’anima.

Dove vediamo questo atteggiamento nella nostra società?

Lo vediamo benissimo in chi non paga le tasse, chi inquina, in tutto ciò che è pubblico e che viene trascurato dai singoli individui i quali si limitano a curare il loro privato. Sono tutti cascami del primato dell’individuo rispetto alla società, tipico del cristianesimo.

In questo individualismo l’emozione che percorso fa?

Dipende dalle emozioni. Se si tratta della paura, abbiamo un ottimo meccanismo di difesa. La paura ha sempre un oggetto, ci consente di difenderci da qualcosa che sappiamo potrebbe minacciarci. Prendiamo l’angoscia, che è quella che hanno i bambini che non hanno paura di niente e per questo vanno continuamente accuditi e sorvegliati, mentre hanno angoscia quando vanno a letto e la mamma spegne la luce ed esce dalla stanza e loro piangono strillando. L’angoscia non ha un oggetto determinato, è il nulla a cui agganciarsi, non ha riferimenti. Questo capita anche agli adulti.

L’angoscia è uno dei problemi più presenti nel setting psicoterapeutico, più che la paura, conferma?

Per fortuna esiste la paura nella nostra vita, perché se nel vedere un incendio io non sento paura va a finire che ci vado dentro. L’angoscia è l’esperienza del nulla a cui attaccarsi e contro questa non c’è rimedio. È irreversibile. Come è irreversibile la rovina della terra. Heidegger dice che quando usciamo dall’angoscia capiamo che non c’era nulla per cui essere angosciati dato che l’angoscia non ha riferimenti. In questo incide molto l’impostazione individualistica del cristianesimo.

In questo ragionamento che ruota attorno all’individualismo e alle forme di angoscia ad esso associate, l’effetto che internet ha sulle emozioni in un mondo virtuale in cui sembra che siamo sempre allegri e felici, non è che forse sotto a questo c’è davvero il nulla?

È un disastro, perché ci fa regredire a un livello infantile pauroso. Supponiamo che io ami una donna alla quale mando un’email, poi le mando un whatsapp, lei non risponde subito, io allora comincio a stare in ansia ed è quello che sta succedendo. Ed è esattamente la condizione del bambino che va in angoscia quando chiama la mamma e lei non risponde subito. È una regressione. Oppure, siccome a porre rimedio a questa situazione sono intervenuti dal mondo dell’informatica, dandoci delle app che ci consentono di geolocalizzare le persone, dove è e con chi è la persona amata, andiamo ancora peggio perché questo innesca un delirio di onnipotenza, onnipotenza che non abbiamo. Resta solo il delirio. Non solo internet, le app e i social, è proprio lo strumento del telefonino che sta creando dei mostri. L’altro giorno sul treno un signore parlava ad altissima voce al cellulare per far sapere chi era. Ed era effettivamente una persona importante, ma non c’era bisogno di farlo sapere a tutti. Forse questo signore soffre dell’angoscia dell’anonimato, ne ha terrore.

Quali altri danni sta creando una vita attaccata al cellulare?

C’è il problema della velocità. Ti arriva un’email e se tu non rispondi subito, poco dopo ti arriva una telefonata per dirti che ti è arrivata un’email. La velocizzazione del tempo, soprattutto del tempo di risposta, ha già superato la qualità temporale della nostra psiche che non riesce ad essere all’altezza di questa velocità. In un paese come il nostro, dove c’è il sole, si mangia bene, si parla molto, il 55 per cento degli italiani prende psicofarmaci, ansiolitici e antidepressivi. Non si riesce più a dormire, e quindi anche qui farmaci per combattere l’insonnia. La velocizzazione del tempo produce fenomeni ansiogeni e se gli psicofarmaci non bastano allora c’è anche un po’ di cocaina così siamo sempre ‘up to date’, sempre sul pezzo.

Una psiche che non riposa, che è costantemente attivata è devastante ma nel suo libro una frase sembra darci speranza: emozione come trasformazione magica del nostro modo di essere nel mondo.

Sì ma io la confuto. È una teoria di Sartre. Lui dice: io sto camminando, poi c’è uno dietro di me e io ho l’impressione che mi voglia far del male. Ecco questa è una trasformazione magica che produce un effetto di inquietudine ma magari quella persona non sta nemmeno pensando a me. Tutto questo succede ma non è un dato positivo.

Però se fossimo in grado di vivere ed elaborare l’emozione, potremmo farne una elaborazione magica in senso positivo?

No, perché quando interviene la razionalità, l’emozione si spegne. Ma a volte l’emozione viene scatenata da un ricordo, quindi un pensiero, quando ad esempio un vecchio piange e si emoziona per un ricordo della sua vita passata.

Allora esiste un momento in cui cuore e mente si incontrano?

Sì, se vuole! Però attenzione, con la parola cuore non dobbiamo limitare alle emozioni che si attivano mentre il soggetto è passivo, i sentimenti invece sono attivi, si imparano, appartengono alla cultura, non alla natura.

Un’ultima battuta su una cosa sempre più rara nella nostra società e di cui parla anche nel suo libro: il pudore. Lo definisce come quella vigilanza sul grado di apertura e chiusura verso l’altro che oggi è in netto declino data l’esposizione che facciamo della nostra vita emotiva.

Il pudore non è una faccenda di vesti e sottovesti, viene a mancare quando esponiamo e rendiamo pubblica la nostra intimità e se io rendo pubblica la mia intimità questa non è più mia ma di tutti. L’esproprio dell’interiorità è terrificante perché c’è un imbroglio sotto. Viene espressa, pubblicizzata nella forma ‘non ho nulla di cui vergognarmi’, quindi come espressione di sincerità ma è solo una espressione di spudoratezza.

Stimo diventando dei colabrodo?

Sì, è l’espressione giusta, la confermiamo.

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