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Alexander McQueen, l’artista sensitivo che parlò di un mondo inabitabile quando il clima non era nella nostra agenda

Di Alice Tolu
03/09/2022
in Moda
Tempo di lettura: 3 minuti
Alexander McQueen, l’artista sensitivo che parlò di un mondo inabitabile quando il clima non era nella nostra agenda

Il mondo visionario di Alexander McQueen è fatto principalmente di paura verso il futuro. Sui cambiamenti climatici ha espresso, quando ancora ne parlavano in pochi, una visione precisa riguardo la sostenibilità della moda, ha fatto sfilare modelle deragliate dal vento e dalle acque, ha sfruttato i cinque elementi rappresentando teatralmente una reale difficoltà umana in una terra inabitabile.

Chi era Alexander McQueen

Il suo immaginario parte dal basso, da un ragazzino che guarda i dolci dalla vetrina di una curata pasticceria di Londra senza poterseli permettere. Nato in un sobborgo londinese nel 1969, figlio di un tassista e di un’insegnante, inizia a lavorare prestissimo, a soli 16 anni forma la sua esperienza nelle sartorie di Anderson & Sheppard di Savile Row per poi proseguire da Gieves & Hawks e in seguito nel laboratorio teatrale di Angels & Bermans. A 18 anni migra verso Milano e nel 1990 lavora già per Romeo Gigli.
Famoso è l’anedotto che lo riguarda sul ricamo interno che fece ad una giacca. Romeo Gigli gliela fece smontare e ricucire talmente tante volte, che nell’ultima versione nascose nel rovescio della fodera la scritta Fuck Romeo. Il suo carattere anticonformista ci dà subito la misura di ciò che successe dopo con Givenchy. Da buon londinese poco avvezzo alle rigide regole della couture parigina, lavorò secondo i suoi canoni per concludere felicemente la collaborazione con la maison nel 2006, mentre portava avanti con il proprio nome il suo lavoro e la sua espressione, finché fu in vita. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2010 a soli 40 anni, Sarah Burton, attuale direttrice creativa della maison, conduce abilmente il baluardo McQueen in modo impeccabile; manca inevitabilmente la mano dell’autore sull’empatia struggente che solo lui riusciva a creare nella presentazione delle collezioni.

Stile o moda?

Quando si parla di cambiamento sociale, di stile, rispetto a un creatore di moda significa che ciò che ha creato oltrepassa le tendenze passeggere di un’ epoca. Per fare un esempio, si parla di stile Chanel quando si indossa un tailleur in bouclè: il tailleur bouclè è assocciato allo stile Chanel. Lo stile McQueen è spesso associato ai teschi, basti vedere la locandina del documentario che lo riguarda “Alexander McQueen, il genio della moda”. Considerando McQueen lo stilista di passaggio da un’epoca all’altra, il teschio sottolinea simbolicamente la morte del Ventesimo secolo.

Un’eredità preziosa

Oggi, dopo quasi 12 anni dalla morte di McQueen, si può dire che la sua visione distopica del futuro ci suggeriva una riflessione, con il dilemma etico che comporta, sullo sfruttamento del pianeta devastato dalla sovvrapproduzione. Il fatato mondo della moda che approfitta in maniera inumana di Paesi a basso reddito per produrre, consumare e buttare. Strumento di un’economia ormai evidentemente inapplicabile, colonizzati, bestializzati, gli esseri umani rimasti in vita sulla terra dovrebbero trovare altre vie di sviluppo che esulano lo sfruttamento in ogni sua forma.
Il suo è un messaggio non applicato, solo mostrato.
Nei primi anni del 2000 molte case di moda conosciute sfoderarono collezioni con chiari riferimenti agli anni Cinquanta. Lavorarono su quel meccanismo di nostalgia che accompagna l’umanità in ogni era di cambiamento. Come un rifugio. Se, in un determinato periodo storico, da un lato funziona il tornare indietro recuperando i passati fasti, dall’altro lato, la controparte di nuove visioni come quella di McQueen, pone nuovi problemi e nuove risoluzioni.

Finalmente l’industria della moda oggi si occupa concretamente di sostenibilità e di diritti umani. Lo fa con realtà come il Fashion Pact e con il CNMI Sustainable Fashion Awards indetto dalla Camera nazionale della moda italiana. Esiste perfino un bando europeo al quale ha partecipato e vinto un’associazione cagliaritana, la TDM 2000, con lo scopo di sensibilizzare principalmente i giovani al consumo e alla produzione virtuosa.
La ribellione ora è nelle mani delle nuove generazioni, bisogna fornire loro gli strumenti necessari affinchè la sostenibilità diventi una moda applicata, in modo che il valore di un oggetto non venga sciolto e ricostruito, ma piuttosto ritrovato e rinvigorito.

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