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A Florinas arriva Lamberto Bava, una vita tra horror e fantasy

Di Manuel Usai
09/08/2022
in Cinema, Comunicazione e società, Cultura, Interviste
Tempo di lettura: 4 minuti
A Florinas arriva Lamberto Bava, una vita tra horror e fantasy

Prosegue a Florinas, in provincia di Sassari, il festival letterario dedicato al giallo e al noir (qui l’articolo) che riunisce alcuni tra i migliori scrittori di thriller e polizieschi. Tra i più noti ospiti spicca Lamberto Bava, attore, scrittore, produttore, sceneggiatore e regista di film, soprattutto thriller e horror (‘La casa con la scala nel buio’ , ‘Demoni’, ‘Ghost Son‘) considerati pilastri portanti della storia del cinema italiano. Figlio del re dell’horror Mario Bava, ha collaborato con altri registi famosi come Dario Argento, senza dimenticare la realizzazione di miniserie televisive del genere fantastico come ‘Fantaghirò‘ con uno share superiore ai 6.5 milioni di telespettatori.

(Le locandine di ‘Demoni’ ‘Fantaghirò’ e Ghost Son’)

In occasione del Festival, in cui alla veste di regista affianca quella di scrittore, presenterà il suo ultimo libro: ‘Lamberto Bava, il maestro del terrore‘ edito da Nocturno Libri. L’ospite principale, e il più atteso dagli amanti dell’horror, ha risposto ad alcune nostre domande.

Riguardo Florinas in giallo, è la prima volta che partecipa a questo festival; ha mai seguito le edizioni precedenti e secondo lei esiste un legame tra il giallo e l’horror? Ne ho spesso sentito parlare, è un evento molto interessante; quest’anno so che ha un programma considerevole e mi farà molto piacere farne parte. Riguardo l’esistenza di un legame tra il giallo e l’horror per me parliamo di un concetto molto più ampio. Da sempre sono un amante del fantastico e, a mio parere, questo genere comprende il giallo, l’horror, il fantasy e la fantascienza. Sono tutti legati tra loro e devono trascendere dalla realtà. Per fare un esempio, tanti anni fa mi offrirono di fare un film sul mostro di Firenze ma rifiutai, perché troppo reale, non fa parte del mio cinema. A me piace far paura su ciò che è possibile non su ciò che è reale. Come ho scritto nel mio ultimo libro che presenterò al festival, quando vidi il mio primo film al cinema, ‘Bambi’, rimasi talmente sconvolto dall’uccisione della madre del cerbiatto che piansi per giorni. Fu il mio primo impatto con la morte. Avevo cinque o sei anni. Ecco la favola è anche questo. Sono dei piccoli horror, basti pensare al mio ‘Fantaghirò’, in alcuni episodi, come il terzo, Tarabas, l’horror era sempre presente.

Dopo tantissime produzioni e importanti collaborazioni cosa si sente di consigliare a chi sta intraprendendo ora la strada del regista? Innanzitutto bisogna essere portati verso questo mondo. Io ho avuto mio padre come primo maestro, inteso non solo come maestro di cinema ma come maestro di vita. Quando iniziai a leggere, mio padre mi consigliava le letture più disparate e in tutto c’era spesso del fantastico. La cosa più importante per chi inizia a fare questo lavoro è avere delle idee proprie. Idee nuove e originali. La novità è quel qualcosa che un po’ manca dai miei tempi a questa parte. Ormai son anni che non vado al cinema e purtroppo la pandemia non mi ha permesso di vedere gli ultimi film usciti. Ecco, sarei curioso di vedere se in Italia è uscito qualcosa del genere fantastico.

Negli anni anche i film dell’orrore hanno dovuto adattarsi al contesto storico e sociale, tuttavia, la costante è sempre quella di spaventarci. Cosa devono avere oggi un film o un libro per assicurarci qualche brivido? Oggi c’è la tendenza a preferire, per dirla in termini orrorifici, lo splatter. C’è anche una propensione alla ricerca e alla rivalutazione dei film che un tempo erano considerati minori, di serie B. Inoltre si abusa spesso di effetti speciali, a discapito della parte più narrativa, e questo non è il mio modo di fare film. Per esempio, nel mio ‘Ghost Son’ si parla di una complessa storia d’amore che va oltre i confini della realtà. Sono tuttora legato alla figura del fantasma, e torniamo quindi a quello che più mi piace: ciò che è possibile ma nella realtà non è.
Quando fui stanco di girare film con belle ragazze che scappavano da qualcuno armato di coltello o di ascia, passai alla favola. Dopo 15 ore di Fantaghirò con cinque episodi e altre favole, come ‘Desideria’ e ‘Sorellina’, ho cambiato genere. Quello che più conta in un film è la storia, come la racconti e il periodo in cui è ambientata.
Da regista posso dire che, girando oggi lo stesso film, lo farei in maniera differente rispetto a come ho fatto vent’anni fa. Un film è dato anche da quello che ti colpisce della realtà, dalla storia, dagli attori che hai scelto. Capita di scegliere degli attori che riescono a darti più di quello che ti aspetti e viceversa. Questo ha un grosso valore aggiunto perché è l’attore, l’attrice che alla fine ti dà il film. Seguono, non in ordine di importanza, l’ambientazione, i collaboratori, la fotografia e la musica. Il registra è come un assemblatore: deve poter contare su tutti questi aspetti, senza tralasciare il fattore fortuna. Il registra è per me anche uno psicologo, deve capire che tipo di attore ha davanti, capire la sua personalità e renderla utile per il film.

(‘Il terzo giorno’ – 2020)

Ci ha anticipato della presentazione di un libro: c’è qualche altro progetto in cantiere? Ho girato un film tre anni fa, purtroppo però, per problemi sorti nella produzione, non è stato possibile portarlo a termine. Ora sto scrivendo dei racconti che faranno parte di un libro. C’è un progetto che realizzerei volentieri, ed è la trasposizione cinematografica di un altro mio libro, intitolato ‘Il terzo giorno’, che ho scritto in Sardegna nel 2019 prima che arrivasse la pandemia. Quando l’ho scritto è come se avessi avuto una sorta di preveggenza perché parla di una pandemia che colpisce il pianeta. Fortunatamente, al contrario del libro, quella che stiamo vivendo è molto meno letale. La storia che racconto si presta facilmente ad essere adattata ad un film horror che secondo me potrebbe diventare molto valido, denso di tanto humor nero.

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