Pochi giorni fa, il 27 aprile, la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla norma che non consentiva finora ai genitori, di comune accordo, di attribuire al figlio il solo cognome della madre e che, in mancanza di accordo, imponeva il solo cognome del padre, anziché quello di entrambi.
I motivi della divisione
Davanti alla sentenza l’Italia si è spaccaata sostanzialmente in due. Nella rete si è scatenata una selva di commenti da parte di cittadini, opinionisti, professionisti di varia estrazione, politici e giornalisti. Il tenore oscilla tra l’entusiasmo per una norma che ci aiuterebbe a uscire dal medioevo dei diritti, all’indignazione per sforzi normativi rivolti a necessità che al momento, visto le enormi difficoltà post pandemia e in piena guerra alle porte di casa, avrebbero una certa precedenza. Una delle lamentele più frequenti è riferita alla necessità di difendere il diritto al lavoro e alla salute che negli ultimi due anni sembra siano passati per una serie di decisioni non esattamente costituzionali. Dall’altro lato si leva il coro di coloro che esultano per la caduta di uno dei simboli di una società patriarcale e retrograda.
Chi ha ragione? Forse la ragione sta nel mezzo? È possibile che la Corte Costituzionale non sia ancora intervenuta per raddrizzare decreti e leggi ad essa contrari ma possa allo stesso tempo intervenire su altre questioni? Perché una cosa dovrebbe escludere l’altra o la seconda dovrebbe venire in subordine alle prime due? Cosa sappiamo dell’iter che questa decisione ha compiuto? È possibile che questo sia iniziato ben prima della pandemia, della guerra e di altri enormi problemi che il nostro paese sta affrontando? Chi decide quando e di cosa si debba occupare la Corte?
Proviamo a fare chiarezza
Esistono dei “leading cases” che marcano un punto importante nel diritto costituzionale e ne segnano un passo in avanti. È il 2020 e una coppia della Basilicata vuole attribuire il cognome materno al nuovo nato in modo che questo abbia lo stesso cognome dei fratelli maggiori, riconosciuti dal padre solo dopo diversi anni dalla nascita. I coniugi lottano in tribunale e la decisione viene infine rimessa alla Corte Costituzionale. Di qui la decisione dei giudici, che con la sentenza dei giorni scorsi rendono illegittima la norma di automatica attribuzione del cognome paterno. La sentenza odierna segue quella della stessa Corte del 2016, che aveva stabilito la possibilità di dare ai figli il doppio cognome ma in assenza di accordo prevedeva comunque l’attribuzione, in automatico, di quello paterno. Oggi la polemica più accesa e, a nostro parere più che adeguata, riguarda il fatto che la Corte Costituzionale intervenga ancora su questioni che andrebbero invece definite con leggi parlamentari. Esattamente come accadde con il caso di Eluana Englaro, definito con una sentenza della Corte di Cassazione nel 2007, o quello di dj Fabo e Marco Cappato nel 2019, quando la giurisprudenza si espresse per sopperire a norme non chiare sul fine vita. Altro fatto importante è che la sentenza odierna si applica non solo alla prole nata nel matrimonio ma anche a quella generata al di fuori di esso e ai figli adottivi.
Oltre le polemiche: una storia vera
Abbiamo sentito la voce di una giovane che ha deciso di cambiare il suo cognome, rinunciando a quello paterno e assumendo solo quello materno. Si chiama Erika Deiana e le chiediamo quali motivazioni l’hanno spinta verso questo cambiamento avvenuto sei anni fa, quando aveva 26 anni. “I rapporti con mio padre sono stati molto altalenanti fino a una sua totale assenza due anni prima che prendessi la decisione di cambiare cognome”. “Ho scelto il cognome materno perché è stata mia madre a crescermi e ad avere sempre cura di me”. Ma per Erika si tratta di qualcosa di ancora più profondo, che va oltre la riconoscenza alla madre. Lei si sente una Deiana, la sua identità è fortemente legata a quella famiglia, al nonno, e ai valori che le hanno trasmesso. Un fatto interiore forte che l’ha spinta a cambiare restituendole armonia e togliendo quel disagio che provava anche solo a firmare col cognome paterno.

Prima di oggi
Alla nascita si attribuiva il cognome paterno. Salvo casi di non riconoscimento della prole. Cambiare cognome, aggiungere quello materno o sceglierne uno nuovo sono stati, fino ad oggi, percorsi lunghi ed estenuanti. A volte di anni. Era necessario inoltrare richiesta di cambio cognome alla Prefettura e poi tutto passava ai funzionari del Ministero dell’Interno. Ed era obbligatorio chiedere il consenso al padre per eliminare il suo cognome in favore di quello materno. Proviamo a immaginare quanto disagevole, se non contradditorio, potesse essere chiedere il permesso a chi in fondo non c’è mai stato o che non è raggiungibile in alcun modo, o con cui non ci sono più rapporti da anni.
Quali motivazioni e cosa prevede la nuova norma
“È discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio la regola che attribuisce automaticamente il cognome del padre”, si legge nel documento della suprema corte. Il principio seguito è quello di uguaglianza e si ritiene nell’interesse della prole che i genitori possano scegliere il cognome, elemento tanto fondamentale nell’identità personale. “La regola diventa che il figlio assume il cognome di entrambi i genitori, nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano di comune accordo di attribuire soltanto il cognome di uno dei due”. La mancanza di accordo chiama in causa l’intervento del giudice che deciderà con quanto disposto dall’ordinamento giuridico.










