Musica di rottura, estetica dirompente, attitudine selvaggia: questo è il Punk, la controcultura più trasgressiva di sempre.
VoloLibero ha appena pubblicato la traduzione italiana di “La vendetta delle punk”, libro che riassume tutta la forza di questo movimento raccontato in chiave femminile da Vivien Goldman, giornalista e docente all’Università di New York. Se infatti il mondo mainstream privilegia band maschili nell’idea diffusa di ciò che è il Punk, come Clash, Sex Pistols, Damned, la vera sub cultura Punk nasce con il preciso intento di scardinare tutti gli stereotipi di genere. Nell’immagine innanzi tutto, dove il machismo e le smorfie da educanda sono considerati ridicoli e da superare, ma anche nella musica perché tanti dischi di qualità del tempo hanno il tocco femminile.
Icone come Vivienne Westwood, Soo Catwooman, Jordan, più legate al costume e alla moda, non trovano posto in questo volume, che si concentra sulla scena musicale, ma citarle aiuta a capire come le donne del Punk abbiano sempre avuto un posto in prima fila nella definizione di uno stile che è stato a dir poco rivoluzionario. Il rifiuto di immagini femminili stereotipate per ideare nuovi standard di bellezza, unito alla voglia di creare un suono ruvido, veloce, moderno e primitivo al tempo stesso, ha spinto tantissime ragazze a diventare artiste e eroine del movimento.
Vivien Goldman che al Punk ha dedicato molti anni della sua vita ci offre questo affresco chiaro e esplicito in cui le ladies sono protagoniste assolute al pari degli uomini. Le battaglie delle donne contro luoghi comuni e regole che le vogliono carine e accondiscendenti trovano nuovo spazio con l’avvento sui palchi di signore di ferro ben consapevoli del potere che emana dal loro ruolo: Poly Styrene, Siouxsie Siux, e ancora le Go Go’s, le Slits, The Raincoats, Malaria!, Lydia Lunch, Diamanda Galas, Mo-dettes, Las Vulpes, Nina Hagen, solo per citarne alcune. L’Italia, così come la Spagna, non trovano posto in questa pubblicazione per questioni di spazio ma vogliamo ricordare noi personaggi come Alaska y los Pegamoides e Jo Squillo che, seppure con le dovute differenze e evoluzioni, hanno comunque operato in contesti ultra conservatori e cattolici con un’attitudine provocatoria notevole.
Tematiche scomode, doppi sensi e verità inconfutabili contro una società che per secoli ha taciuto il talento delle donne (dalla letteratura all’arte fino al teatro) sono il trait d’union tra formazioni al femminile che imperversano in ogni parte del globo fin dagli albori del Punk, negli anni ’70. La grande opportunità del Punk è stata quella di rassicurare non solo le donne ma ogni tipo di persona che si sentiva esclusa e emarginata sulla possibilità di costruirsi una vita su misura, senza sentirsi “sbagliata”. Accanto alla musica si affianca l’impegno sociale, con dibattito, confronti e attività intellettuale, perché la battaglia necessità di più armi per essere vinta.
Intorno a queste pioniere iniziano a consolidarsi un pensiero e un’animosità che hanno viaggiato fino agli anni ’90 e che sono ancora attuali ai nostri giorni, basti pensare al movimento delle Riot Grrrls o le Pussy Riot. Quel suono così onesto e quell’attitudine ironica hanno lasciato traccia indelebile anche nella generazione di musiciste che si sono dedicate all’elettronica come Chicks on Speed, ma anche Adult, Mia, Le Tigre, Bikini Kill e altre.
Il motivo? Perché il Punk continua a essere la voce più adatta a cantare disuguaglianze e disagio e le donne, ancora oggi, sono oggetto di politiche atte a sminuirle professionalmente e personalmente. Contro una società che dagli anni ’50 chiede alle ragazze di essere carine si leva ancora una volta la “Vendetta delle punk”.










