Kimono significa semplicemente abito.
Il kimono è diventato l’abito tradizionale giapponese e si usa frequentemente nelle manifestazioni ufficiali della nazione. Può essere indossato da entrambi i sessi e ha la medesima foggia, si chiude sovrapponendo il lembo sinistro a quello destro, viene fermato da una cintura in tessuto alta, avvolta attorno alla vita e legata sulla schiena. È composto di molte parti e ci sono delle differenze interne tra quello maschile e quello femminile. Le maniche sono ampie ai polsi, fino a mezzo metro ma per le donne nubili il kimono ha le maniche ancora più estese, esse, infatti, arrivano quasi a toccare terra. Il kimono si chiude davanti con il lembo destro su quello sinistro solo in occasione dei funerali.
Queste le generalità, senza entrare nel merito degli accessori, numerosi sia nella versione femminile che in quella maschile.
Ci soffermiamo, invece, sulle due differenze che sono legate allo stato nubile e alla morte.
Cosa mostra una sostanziale differenza di stato nella vita? Non essere sposata o essere davanti a un defunto, al cospetto della morte.
È interessante che l’abito da nubile mostri un’evidente differenza, inequivocabile e marcata, affinché sia davanti a tutti che la donna in questione è nubile. Cosa significa? Onta o privilegio? Non ci occupiamo di questo, ma del fatto che una simile condizione debba essere segnalata visivamente. Che tutti possano vedere che la donna in questione è: disponibile? Non voluta da nessuno? Accessibile? Trasformabile in una moglie?
E che dire del segnale che avvisa tutti che mi sto recando o mi trovo davanti a un defunto? Si tratta di modifiche differenti nel kimono, ma pur sempre modifiche che evidenziano quanto la fine della vita sia da segnalare al pari della apparente condizione di libertà che una donna ancora possa mantenere giacché non ancora sposa.
La morte è la fine?
Sposarsi è la fine?
Per molte persone lo è, la fine della vita e la fine della libertà.
Ma la condizione di coniugazione non è in sé la morte della propria libertà esattamente nel momento in cui una simile direzione sia percorsa nel pieno dell’energia dell’amore che, come ci suggerisce il termine stesso, a-mors, è senza morte. E la vita non potrebbe essere essa stessa causa della morte? O, meglio, l’unica vera direzione verso la morte, dal momento che nell’istante in cui nasciamo alla vita materiale, iniziamo il nostro percorso verso la fine della vita stessa?
Allora ha senso indicare queste due differenze, ciò che ci rende emergenti rispetto alla generalità delle condizioni della vita. Ha senso indicare che si è nubili o che siamo al cospetto della morte perché entrambe le condizioni hanno a che vedere con le possibilità dell’amore. Contrastare la morte, dirigersi verso di essa quale porta verso la vera vita.









